ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA. NOVEMBRE 2006

ISTAT: 10 MILIONI DI DONNE VITTIME DI VIOLENZA – da il Corriere della Sera del 23 novembre 2006

Presentato il rapporto a Montecitorio: 500 mila stupri compiuti o tentati e 900 mila ricatti sul lavoro. Bertinotti: «Partire dalla scuola»

MILANO - Dieci milioni di donne, fra i 14 e 59 anni, molestate sessualmente, 500 mila stupri compiuti o tentati e 900 mila ricatti sul luogo di lavoro. È spaventoso il rapporto illustrato a Montecitorio dalla direttrice generale dell'Istat, Linda Laura Sabbadini, alla Giornata parlamentare contro la violenza alle donne organizzata in vista della Giornata europea che ricorre il 25 novembre. «La crescita delle denunce non è necessariamente indice di crescita di violenza - ha sottolineato Sabbadini -. Le denunce possono aumentare perché le donne scelgono di denunciare di più rispetto al passato».

DATI E SOMMERSO - Ma, a suo avviso, non è ancora possibile fare una stima del sommerso. Un terzo delle donne non parla con nessuno dell'accaduto. A breve, l'Istat fornirà nuovi dati ma l'ultima rilevazione (del 2002) parla di oltre 3 milioni e mezzo di donne che hanno subito molestie fisiche, 4 milioni che denunciano atti di esibizionismo e altrettanti pedinamenti, quasi 4,5 milioni le telefonate oscene, 4,6 milioni le molestie verbali. Le molestie sessuali avvengono solitamente ad opera di estranei (58,2%), per la strada (19%), sui mezzi di trasporto pubblici (31,6%), sul posto di lavoro (12,1%), in pub o in discoteca (10,5%). Gli stupri e i tentati stupri sono commessi da estranei in assoluta minoranza (3,5%), più frequentemente da amici (23,8%), conoscenti (12,3%), fidanzati o ex fidanzati (17,4%), mariti o ex mariti (20,2%). Solo il 21% delle violenze sessuali avviene per strada e il 14% in auto; per il resto, a casa propria o di amici e parenti.

RICATTI SUL LAVORO - I 900 mila ricatti sessuali sul lavoro avvengono al momento dell'assunzione o per la carriera e si verificano - ha precisato Sabbadini - nei momenti in cui le donne si trovano più in difficoltà. Subiscono più ricatti le donne disoccupate, le lavoratrici indipendenti, le impiegate. Tuttavia, unica nota positiva, dal 1997 al 2002 le molestie fisiche sessuali e i tentati stupri sono diminuiti. Probabilmente, valuta l'Istat, per effetto dell'azione dei centri antiviolenza, per le novità legislative, per l'approccio al fenomeno da parte delle donne. La cerimonia a Montecitorio - dove è stato ricordato che le violenze è la causa di morte più frequente in Italia, in Europa e nel mondo per le donne fra i 15 e 44 anni - è stata organizzata dal Comitato per le pari opportunità della Camera, presente il presidente Fausto Bertinotti.

CONIUGE VIOLENTO - Fra le partecipanti, Maria Grazia Giammarinaro, esperta della Commissione europea sui temi della tratta, che ha sottolineato come l'attuazione della legge sull'allontanamento del coniuge violento «non è adeguatamente monitorata. È essenziale - ha osservato - che nella Finanziaria sia approvato il fondo per realizzare l'osservatorio sulla violenza domestica, da molti anni richiesto dalle associazioni di tutela delle donne vittime di violenza». L'esperta ha anche sollecitato interventi per una maggiore formazione su questo tema delle forze di polizia. Sylvie Matheron, avvocato dell'infanzia del Foro di Marsiglia, ha detto che in Francia ogni quattro giorni una donna muore per le percosse subite dal compagno. Ogni anno nel Paese ci sono circa 25 mila stupri; solo il 13% delle donne denuncia il fatto. Per Maura Misiti, ricercatrice del Cnr, «la violenza non può essere sconfitta se non diviene una priorità a tutti i livelli. La volontà politica si esprime attraverso leggi, piani nazionali di azione, allocazione di risorse in differenti settori di intervento dalla giustizia alle politiche sociali, ai servizi».

BERTINOTTI - La violenza contro le donne «è ben lungi dall'essere sconfitta e molto resta ancora da fare, soprattutto sul piano della maturazione di una nuova e più ampia consapevolezza della dimensione culturale, sociale e politica del problema» ha detto Bertinotti. Sottolineando la «crescente disposizione alla violenza delle giovani generazioni», Bertinotti ha chiesto che si intervenga «fin dalla scuola, nelle famiglie, in tutti i luoghi della formazione civile e sociale dei ragazzi, per prevenire inciviltà e degrado, per costruire nei giovani il rispetto e il riconoscimento della diversità, il rifiuto dell'intolleranza e della prevaricazione fisica, il controllo dell'emotività, superando lo squilibrio relazionale tra uomini e donne e i pregiudizi che alimentano discriminazioni e prevaricazioni a danno di queste ultime».

 

STATUS DELLE DONNE. L'ITALIA E' IN RITARDO - di Danilo Taino dal Corriere della Sera del 21 novembre 2006. Ricerca del World Economic Forum, realizzata da Hausmann e Tyson

Siamo al 77° posto su 115 paesi. Solo Cipro è più indietro nell'Ue, ci superano anche molti paesi in via di sviluppo  

Se volete sapere chi, nel mondo, sta andando bene, chi così e così, chi decisamente male, la cosa può essere riassunta in questo modo: l'Italia tende al malaccio, i Paesi dell'Europa del Nord vanno bene come anche Germania e Gran Bretagna, quelli del Medio Oriente sono in guai seri e per il resto siamo su un pianeta sorprendente, dove per esempio le Filippine, ma non solo esse, avranno probabilmente un futuro molto migliore del presente. Lo si capisce da una classifica pubblicata oggi sullo status della condizione femminile in 115 Paesi che coprono il 90% della popolazione mondiale.

Ancora un volta, si tratta di una classifica, di quelle che fanno discutere e nella Penisola si tende a mettere sotto il tappeto. Ma che in questo caso è importante per almeno due ragioni. Prima di tutto, lo status delle donne nel mondo non è solo una questione di parità ma oggi può essere preso come un indice (certo non perfetto ma molto significativo) delle prospettive di un Paese: sia la loro partecipazione all'economia che alla politica sono infatti elementi chiave della crescita, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di sviluppo. Detto diversamente: chi, nell'era della globalizzazione, non chiude il gap tra la condizione delle donne e quella degli uomini è destinato a soccombere. In secondo luogo, l'indice sul quale è costruita la classifica è piuttosto serio: pubblicato dal World Economic Forum, l'organizzazione famosa per il summit invernale di Daovs, è stato realizzato da due super economisti: Ricardo Hausmann, direttore del Centro sullo Sviluppo Internazionale della Harvard University, e Laura Tyson, che oggi è rettore della London Business School e fu la prima donna, con la presidenza di Bill Clinton, a dirigere il Consiglio economico della Casa Bianca.

Gli esperti hanno preso una serie di pubblicazioni e condotto indagini – il rapporto dettagliato si trova all'indirizzo web www.weforum.org/gendergap - per assegnare a ciascun Paese un punteggio in ciascuna di quattro aree: partecipazione e opportunità economica delle donne, cioè un'analisi dei salari, dei livelli di partecipazione al mondo del lavoro e del grado di accesso alle posizioni più qualificate; l'accesso all'educazione, sia quella di base che quella più elevata; l'influenza politica, cioè il grado di partecipazione alle strutture decisionali; le differenze tra uomo e donna in termini di salute e di aspettative di vita. I quattro indici, poi, sono stati riassunti in uno generale che è la base della classifica finale.

L'Italia ha un risultato disastroso: numero 77 su 115, ultima dell'Unione europea se non si considera Cipro, e superata da decine di Paesi in via di sviluppo. Nei quali, evidentemente, la condizione della donna è relativamente più vicina a quella dell'uomo che da noi. Nei quattro indicatori, il peggiore è quello della partecipazione delle donne italiane all'economia: siamo 87esimi. In questo campo, nessun Paese al mondo ha un indice uguale a uno, che significherebbe parità assoluta (mentre zero significa disuguaglianza assoluta) ma l'Italia si ferma a 0,5265, non arriva cioè alla sufficienza. Non è una sorpresa. E' invece piuttosto clamoroso, sempre nel campo della partecipazione al mondo del lavoro, il fatto che ai primi posti arrivino Paesi ad altissima emigrazione femminile come la Moldavia (seconda), le Filippine (quarta), la Giamaica (settima), la Tailandia (tredicesima): segno evidente che sono le donne, come in molti altri Paesi, a guidare l'emersione dalla povertà.

In termini di educazione, l'Italia non va male: 26esima con 0,997. Ci sono però 11 paesi al mondo che in questo settore hanno chiuso completamente il gap di genere, hanno cioè indice uno (tra essi Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Regno Unito – e ancora le Filippine). Nella Penisola, c'è ancora qualcosa da fare, insomma. Molto peggio, anche se non ce lo si aspetterebbe, quando si passa alla salute e alle aspettative di vita: l'Italia è nella posizione numero 77, lontana dai 34 Paesi che stanno al primo posto a pari punti (ci sono ancora la Moldavia , le Filippine e la Tailandia ). L'accesso femminile al potere politico è il territorio in cui le cose vanno peggio in tutto il mondo. Nessuno guadagna una sufficienza piena: la Svezia - che è il Paese che arriva al numero uno in questa classifica come in quella generale – si ferma a 0,5501. Ma l'Italia è davvero in condizioni pessime: non tanto per il 72° posto ma per il punteggio, 0,0872, che è come non prendere nemmeno 1 in un compito in classe. Le Filippine, almeno, arrivano a 0,2695, che è il 16° posto.

Una classifica non per scandalizzarsi: questo lo si fa da decenni. Piuttosto per sapere che, con metà della popolazione ai margini, non si cresce e non si compete. Tanti Paesi, anche in modo sorprendente, l'hanno capito e probabilmente tra non molto se ne vedranno i risultati.