ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA. NOVEMBRE 2006
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Presentato il rapporto a
Montecitorio: 500 mila stupri compiuti o tentati e 900 mila ricatti sul
lavoro. Bertinotti: «Partire dalla scuola» DATI E SOMMERSO - Ma, a suo avviso,
non è ancora possibile fare una stima del sommerso. Un terzo delle donne
non parla con nessuno dell'accaduto. A breve, l'Istat fornirà nuovi dati
ma l'ultima rilevazione (del 2002) parla di oltre 3 milioni e mezzo di
donne che hanno subito molestie fisiche, 4 milioni che denunciano atti di
esibizionismo e altrettanti pedinamenti, quasi 4,5 milioni le telefonate
oscene, 4,6 milioni le molestie verbali. Le molestie sessuali avvengono
solitamente ad opera di estranei (58,2%), per la strada (19%), sui mezzi
di trasporto pubblici (31,6%), sul posto di lavoro (12,1%), in pub o in
discoteca (10,5%). Gli stupri e i tentati stupri sono commessi da estranei
in assoluta minoranza (3,5%), più frequentemente da amici (23,8%),
conoscenti (12,3%), fidanzati o ex fidanzati (17,4%), mariti o ex mariti
(20,2%). Solo il 21% delle violenze sessuali avviene per strada e il 14%
in auto; per il resto, a casa propria o di amici e parenti. |
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Siamo al 77° posto su 115
paesi. Solo Cipro è più indietro nell'Ue, ci superano anche molti paesi
in via di sviluppo Se volete sapere chi, nel mondo, sta
andando bene, chi così e così, chi decisamente male, la cosa può essere
riassunta in questo modo: l'Italia tende al malaccio, i Paesi dell'Europa
del Nord vanno bene come anche Germania e Gran Bretagna, quelli del Medio
Oriente sono in guai seri e per il resto siamo su un pianeta sorprendente,
dove per esempio le Filippine, ma non solo esse, avranno probabilmente un
futuro molto migliore del presente. Lo si capisce da una classifica
pubblicata oggi sullo status della condizione femminile in 115 Paesi che
coprono il 90% della popolazione mondiale. Ancora un volta, si tratta di una
classifica, di quelle che fanno discutere e nella Penisola si tende a
mettere sotto il tappeto. Ma che in questo caso è importante per almeno
due ragioni. Prima di tutto, lo status delle donne nel mondo non è solo
una questione di parità ma oggi può essere preso come un indice (certo
non perfetto ma molto significativo) delle prospettive di un Paese: sia la
loro partecipazione all'economia che alla politica sono infatti elementi
chiave della crescita, sia nei Paesi avanzati sia in quelli in via di
sviluppo. Detto diversamente: chi, nell'era della globalizzazione, non
chiude il gap tra la condizione delle donne e quella degli uomini è
destinato a soccombere. In secondo luogo, l'indice sul quale è costruita
la classifica è piuttosto serio: pubblicato dal World Economic Forum,
l'organizzazione famosa per il summit invernale di Daovs, è stato
realizzato da due super economisti: Ricardo Hausmann, direttore del Centro
sullo Sviluppo Internazionale della Harvard University, e Laura Tyson, che
oggi è rettore della London Business School e fu la prima donna, con la
presidenza di Bill Clinton, a dirigere il Consiglio economico della Casa
Bianca. Gli esperti hanno preso una serie di
pubblicazioni e condotto indagini – il rapporto dettagliato si trova
all'indirizzo web www.weforum.org/gendergap - per assegnare a ciascun
Paese un punteggio in ciascuna di quattro aree: partecipazione e
opportunità economica delle donne, cioè un'analisi dei salari, dei
livelli di partecipazione al mondo del lavoro e del grado di accesso alle
posizioni più qualificate; l'accesso all'educazione, sia quella di base
che quella più elevata; l'influenza politica, cioè il grado di
partecipazione alle strutture decisionali; le differenze tra uomo e donna
in termini di salute e di aspettative di vita. I quattro indici, poi, sono
stati riassunti in uno generale che è la base della classifica finale. L'Italia ha un risultato disastroso:
numero 77 su 115, ultima dell'Unione europea se non si considera Cipro, e
superata da decine di Paesi in via di sviluppo. Nei quali, evidentemente,
la condizione della donna è relativamente più vicina a quella dell'uomo
che da noi. Nei quattro indicatori, il peggiore è quello della
partecipazione delle donne italiane all'economia: siamo 87esimi. In questo
campo, nessun Paese al mondo ha un indice uguale a uno, che
significherebbe parità assoluta (mentre zero significa disuguaglianza
assoluta) ma l'Italia si ferma a 0,5265, non arriva cioè alla
sufficienza. Non è una sorpresa. E' invece piuttosto clamoroso, sempre
nel campo della partecipazione al mondo del lavoro, il fatto che ai primi
posti arrivino Paesi ad altissima emigrazione femminile come
In termini di educazione, l'Italia
non va male: 26esima con 0,997. Ci sono però 11 paesi al mondo che in
questo settore hanno chiuso completamente il gap di genere, hanno cioè
indice uno (tra essi Danimarca, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Regno Unito
– e ancora le Filippine). Nella Penisola, c'è ancora qualcosa da fare,
insomma. Molto peggio, anche se non ce lo si aspetterebbe, quando si passa
alla salute e alle aspettative di vita: l'Italia è nella posizione numero
77, lontana dai 34 Paesi che stanno al primo posto a pari punti (ci sono
ancora Una classifica non per
scandalizzarsi: questo lo si fa da decenni. Piuttosto per sapere che, con
metà della popolazione ai margini, non si cresce e non si compete. Tanti
Paesi, anche in modo sorprendente, l'hanno capito e probabilmente tra non
molto se ne vedranno i risultati. |