ARCHIVIO RASSEGNA STAMPA. MARZO 2007

UN PATTO DELLE DONNE PER LE DONNE - Coordinamenti Cgil Cisl Uil di Milano, MARZO 2007

Perdurano nel nostro paese le differenze negative tra le condizioni delle donne lavoratrici e gli uomini lavoratori. La percentuale di donne occupate è ancora al di sotto della percentuale del 60% consigliata dall’Europa entro il 2010; le giovani sono occupate nelle fasce di maggior precarietà del lavoro, così come le donne che rientrano nel mercato del lavoro dopo i 45 anni di età. La precarietà femminile si protrae per un periodo più lungo rispetto a quella maschile, la maternità e i congedi parentali sono forieri di discriminazioni e di perdita del posto di lavoro. Le retribuzioni femminili sono inferiori a quelle maschili, sulle donne grava la responsabilità del lavoro di cura e diassistenza. Le donne si trovano nelle fasce professionali inferiori, le donne in carriera, che non rappresentano una realtà diffusa, percepiscono stipendi ridotti rispetto ai loro colleghi a parità di responsabilità. Le famiglie monoparentali dove il capofamiglia è donna sono quelle a maggior rischio di povertà e di esclusione sociale. Il lavoro femminile risulta più discontinuo, con buchi previdenziali, le donne fanno più fatica a raggiungere i requisiti previdenziali, le loro pensioni sono percentualmente e in modo generalizzato inferiori a quelle degli uomini.

CHE SOCIETA’ E’ QUESTA DOVE LE INGIUSTIZIE SULLE DONNE SONO COSI’ EVIDENTI? COSA PROPONIAMO PER CAMBIARE

- una politica che premi la stabilizzazione dei rapporti di lavoro femminili giovanili e per le fasce oltre i 45 anni di età, con l’introduzione di incentivi e defiscalizzazione dei contributi mirata

- istituzione di un osservatorio nazionale e provinciale presso le Cons igliere di Parità per la vigilanza sulla maternità

- incentivare l’applicazione della legge 53/2000 sugli orari, prestazione lavorativa e congedi parentali maschili con coinvolgimento delle parti sociali

- revisione della legge sul part-time: eliminazione della unilateralità dell’azienda sulla modifica dell’orario di lavoro, concessione del part-time ai genitori fino ai sei anni di età del bambino

- maggiori investimenti sociali a fronte delle aumentate entrate fiscali per favorire la solidarietà

- stanziamento di risorse aggiuntive per l’incremento degli asili nido sul territorio nazionale e per incentivare il tasso di occupazione femminile locale

- progetto nazionale specifico di rilancio dei consultori familiari e pediatrici per una politica di prevenzione sanit aria, ripristino della prevenzione scolastica

- introduzione di ammortizzatori sociali a copertura dei periodi di non lavoro, copertura dei buchi contributivi dovuti a precarietà

- attenzione al “popolo” delle partite Iva: estensione di tutti i diritti per la maternità e la genitorialità, politica fiscale adeguata, detraibilità dei costi sostenuti per la formazione e l’aggiornamento professionale

- progetti di accoglienza e di sostegno rivolti alle donne immigrate per l’integrazione e la cittadinanza

- aumentare le pensioni che si collocano nei livelli più bassi adeguandole al costo della vita

- la riforma previdenziale che sarà discussa con il Governo deve tenere conto delle attuali condizioni del mercato del lavoro femminile e delle maggiori responsabilità che gravano sulle donne; no all’aumento generalizzato dell’età pensionabile per le donne, si a criteri di libera scelta e di flessibilità

LE DONNE DI CGIL CISL UIL PRESENTANO AL MINISTRO DELLE PARI OPPORTUNITA’

 

PARI OPPORTUNITA'. 71% APPREZZA CAPI DONNE MA LI PREFERISCE UOMINI - APCom, 19 marzo 2007

Le donne valutano meglio i capi 'rosa' ma li scelgono maschi

Capoufficio donna? Il 71% delle italiane pensa che sia piú in gamba. Ma poi alla fine preferisce un capo uomo. Emerge da un sondaggio realizzato da Swg e pubblicato sul prossimo numero della rivista di psicologia e benessere 'Per Me', diretto da Nicoletta Polla-Mattiot.

Il mensile sarà in edicola questo mese con un sondaggio sul tema "Meglio un capo uomo o donna? Swg ha rivolto la domanda a 1.000 italiane che lavorano e dal sondaggio è emerso che, almeno in ufficio, le peggiori rivalità sono tutte femminili.

Le donne italiane, infatti, sembrano preferire un capo uomo: meno complicato, meno vittima di simpatie, piú trasparente e piú affidabile di una donna. Il 57% delle intervistate lo preferisce ad una donna perchè ispira piú fiducia, il 77% perchè pensa sia meno sensibile a simpatie e antipatie, il 66% perchè è piú facile capire quello che pensa, il 57% perchè con un uomo c'è maggiore intesa. Ma un capo uomo fa anche paura: il 66% delle intervistate teme infatti che possa non ammettere la bravura di una collega donna con idee migliori delle proprie.

Le donne capo, invece, sono viste a volte come un diavolo in gonnella: dure, inflessibili, spesso false e pronte a pugnalare alle spalle. La cosa che fa piú paura in un capoufficio donna è che si finga un'amica (44%), che privilegi i maschi (27%), che discrimini le collaboratrici piú carine di lei (22%). Nonostante ció il 71% delle intervistate pensa peró che un capo donna sia piú in gamba di un uomo.

E del rapporto con i colleghi che cosa pensano le 1.000 italiane intervistate? Il 48% è concorde nell'affermare che con i colleghi maschi è meglio evitare di civettare, mentre per il 32% non bisogna raccontare loro una buona idea prima di averla detta al capo. Anche con una collega donna ci vuole riservatezza: il 54% delle intervistate non racconterebbe mai i fatti propri. Il 25% pensa invece si debba diffidare dei complimenti che elargisce una collega, potrebbero non essere sinceri. Infine, l'86% delle intervistate pensa che sia piú facile fare amicizia con un collega che non con una collega.

Per quanto riguarda invece la facilità a fare carriera con un capo uomo o con una donna, il 76% delle intervistate pensa che non si possa generalizzare.

E comunque, il 58% trova il proprio capo arrogante e maschilista, il 34% non vorrebbe mai essere al posto della propria 'capa', mentre il 25% delle intervistate la invidia a morte.

 

«SOLE E PRECARIE, LE DONNE DI 50 ANNI A RISCHIO POVERTÀ» - di Rita Querzé da il Corriere della Sera dell’11 marzo 2007

Vedove o divorziate, troppo giovani per la pensione, troppo vecchie per il posto fisso. La sociologa: hanno lavorato una vita e sono abituate ai sacrifici, ma faticano ad arrivare a fine mese

Associazioni non profit e parrocchie: disagio in aumento, sono il doppio degli uomini. Il Comune: più custodi sociali

Cinquant'anni suonati da un po', vedove o divorziate, comunque sole. Troppo giovani per la pensione e troppo vecchie per firmare un'assunzione in regola.

E' questa, a Milano, una delle categorie a maggior rischio povertà. Dietro al fenomeno, due ordini di ragioni. La prima, squisitamente demografica: le donne vivono più lungo, restano più spesso vedove, più raramente si risposano. Risultato: secondo i dati aggiornati dell'anagrafe del Comune, le vedove sono 94.780 contro 16.269 vedovi. In generale, le ultracinquantenni che vivono sole (comprese, quindi, divorziate e single) sono 119.188, più del doppio rispetto agli uomini della stessa età, che si fermano a 50.470. I loro redditi sono mediamente più bassi rispetto a quelli dei coetanei. Basta guardare ai dati sulle pensioni forniti dall'Inps: l'anno scorso in Lombardia l'assegno medio incassato ogni mese da un uomo era pari a 440 euro, quello delle signore si fermava a 405. Le parrocchie che con i loro centri d'ascolto porgono l'orecchio alle voci del disagio segnalano il fenomeno. Chiesa di Santa Maria del Suffragio, corso XXII Marzo: «Qui abbiamo 1.230 vedove contro 207 vedovi - racconta don Mirko Bellora -. In maggioranza sono donne d'altri tempi, abituate al sacrificio. Con la pensione minima non arrivano alla fine del mese. Ma pur di aiutare i figli o i nipoti alle prese con impieghi precari arrivano a togliersi il pane di bocca».

Oltre l'80 per cento delle persone che si rivolgono al centro d'ascolto di Santa Maria del Suffragio sono donne. Come donne sono anche la maggioranza dei 2.000 milanesi che ogni giorno bussano all'associazione «Pane Quotidiano » per avere abiti o generi alimentari. «Si tratta di donne normalissime, che con le loro entrate non riescono ad arrivare alla fine del mese», racconta il presidente dell'associazione, Pier Maria Ferrario.

Secondo don Mirko della parrocchia di Santa Maria del Suffragio «il problema andrebbe affrontato insieme: parrocchie, Regione e Comune». Dal canto suo l'assessore agli Affari Sociali del Comune, Mariolina Moioli, vuole potenziare i custodi sociali. Professionisti retribuiti che vigilano sul disagio nei quartieri popolari. Ora sono in tutto meno di una trentina. «L'ambizione

sarebbe arrivare a raddoppiarli entro la fine del mandato», dice Moioli. Che precisa: «Stiamo anche mettendo in rete i custodi sociali con i 28 centri multiservizi per anziani sparsi per la città». Il passo successivo sarà una campagna informativa mirata sui servizi offerti dal Comune. «Il disagio femminile è meno visibile perché le donne preferiscono nascondere le situazioni difficili, di qui la necessità di dare maggiore pubblicità agli interventi del Comune, a partire dai buoni sociali», spiega Moioli.

«E' vero, le donne fanno di tutto per non chiedere aiuto», concorda Francesca Zajczyk, sociologa, consigliere comunale dell'Ulivo. «Nonostante ciò, le dimensioni del fenomeno sono tali che la sua visibilità è ormai sotto gli occhi di tutti». Proposte? «Sarebbe utile potenziare e integrare una rete di volontariato di vicinato - suggerisce Zajczyk -. In altre parole: si potrebbe

creare una sorta di sportello del volontariato di quartiere per organizzare chi svolge attività come portare la spesa a casa o comprare i medicinali per persone parzialmente non autosufficienti. Un riconoscimento anche simbolico potrebbe dare dignità e ruolo a queste persone».

 

NASCE DONNA TV, LA PRIMA WEB TELEVISION FEMMINILE

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Il palinsesto di Donna TV al momento contiene le seguenti sezioni:

TG Donna

con notizie di politica interna, estera, servizi di cultura e società che riguardano il mondo femminile.

Politica

con servizi e speciali dedicati a eventi, giornate, iniziative d´interesse. La politica delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali, quella delle associazioni e di tutti i soggetti impegnati nello spazio pubblico.

Società

Nel format "Identikit Donna. Nuovi volti in arte", artiste emergenti si raccontano tra la vita quotidiana e il mondo dell´arte.

Nel format "Conversando" incontriamo esponenti del mondo della cultura, della politica, su temi di politica e società.

Nelle pillole di "Message in a bottle" interviste-lampo con donne note, sui temi più vari di attualità.

Cultura

"Mnemosine" è la nostra rubrica di cultura e spettacolo. Raccoglie interviste, speciali su spettacoli teatrali, mostre, concerti e tanti altri eventi.

"Virginia e le altre" è un ciclo di minidocumentari di storia delle donne. Brevi e suggestivi viaggi, con la guida di Virginia Woolf, attraverso la vita di intellettuali e letterate dei secoli passati.

Didattica

In questa sezione ospitiamo, grazie ad un progetto di didattica sperimentale nato da un accordo tra Donna TV e l´Università degli Studi Roma Tre, tutte le lezioni del corso "Donne, politica e istituzioni", edizione 2006, tenutosi nell´Ateneo romano

Recentemente sono stati inseriti nel palinsesto didattica molti interventi del IV Congresso nazionale della Società italiana delle storiche.

Scopo della sezione è ospitare in versione integrale lezioni ed interventi raccolti in occasione di convegni, simposi, seminari e conferenze dedicati a questioni rilevanti per il mondo femminile, ma anche lezioni su temi quali la politica e le istituzioni, utili per formare le donne ed avvicinarle ai luoghi decisionali.

Vi ricordiamo che Donna TV è una tv aperta ai contributi di tutti. Chi voglia proporre video di carattere giornalistico, culturale o artistico, su tematiche di genere o collegate alle pari opportunità, in armonia con la linea editoriale del sito, può scriverci all´indirizzo redazione@donnatv.it. I contributi proposti saranno sottoposti a controllo editoriale ed eventualmente pubblicati sul sito www.donnatv.it, secondo le regole della licenza di creative commons. 

 

LA CARICA DELLE 14 MILA. ALTRO CHE ANTIPOLITICA - di Maddalena Oliva, da Diario del 2 marzo 2007

Hanno studiato la politica in università: ora le donne hanno reti, gruppi e una tv

Alle donne non interessa la politica. Così almeno continua a dire chi tenta di giustificare la scarsa presenza femminile ai vertici del potere o chi non intende far loro posto. Perché mai le signore non prendono partito? Semplice, dice quella voce. La politica, è roba da uomini, meglio lasciarle a casa. E poi, non è che siano mai state tanto per la cosa pubblica le donne, dato che tradizionalmente privilegiano la vita affettivo-familiare. E come potrebbe essere altrimenti, si chiedono in tante, affette da «deficit di convinzione» per la delusione che colpisce quelle poche – pochissime – che riescono a entrare nei palazzi della politica istituzionale, a caro prezzo in termini di scelte di vita.

Un bel giorno di tre anni fa succede però che l’allora ministra per le Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, decida di organizzare in alcune università i corsi «Donne, politica e istituzioni – Percorsi formativi per la promozione delle Pari Opportunità nei centri decisionali della politica». Succede che a questi corsi, alla faccia dei luoghi comuni sul disinteresse delle donne verso la politica, si iscrivano e partecipino in migliaia. Anzi, decine di migliaia: 14 mila, a oggi. Donne di diversa età e formazione che sono entrate nelle facoltà di Scienze politiche e di Giurisprudenza, dal sud al nord Italia, per «imparare» la politica.

Non ci sono solo studentesse universitarie che possono acquisire crediti, ma lavoratrici e pensionate, politiche reali o potenziali. Arrivate un po’ per caso e curiosità, o mosse dalla rabbia per la rassegnazione con cui le amiche hanno scelto di rinunciare alla carriera per la famiglia. O ancora, come la maggioranza delle donne che ha frequentato i corsi al sud – dice Milena Rizzo, docente di Chimica e organizzatrice di Dpi all’Università di Catanzaro – perché vogliono fare il grande salto, «buttarsi in politica, intesa soprattutto come gestione locale». In comune hanno la voglia di contare anche in «una delle più inaccessibili zone di resistenza al cambiamento», per usare le parole di Francesca Molfino nel suo Donne, politica e stereotipi. Un fortissimo desiderio di partecipazione, politica e sociale, al femminile, che, viste le dimensioni, «rappresenta senza dubbio un fenomeno politico: un disgelamento potenziale di interesse, finora sottovalutato», dice Bianca Beccalli, direttrice del Centro studi e ricerche Donne e Differenze di Genere dell’Università degli studi di Milano, nonché tra le coordinatrici del corso organizzato alla Statale. Racconta della vivacità e dell’entusiasmo delle partecipanti, della loro spesso vaga nozione delle battaglie del femminismo, di come molte siano venute anche e nonostante i permessi non accordati dai datori di lavoro. L’esigenza che le ha mosse è «il farsi sentire e l’essere trasversali», spiega la studiosa, «il bisogno di liberarsi da una certa gabbia di incomunicabilità in cui si era chiuso il femminismo e, da questo punto di vista, la continuità con il movimento di Usciamo dal silenzio è evidente». «Non so però se si tratti di un risveglio storico»: al momento, è una rete al femminile, dai mille nodi potenzialmente attivabili.

E’ la Rete Nazionale Corsiste Dpi, nata lo scorso 5 febbraio a Milano, durante un incontro tra le rappresentanti dei corsi di 19 atenei con la ministra Barbara Pollastrini, che ha promesso un riconoscimento ufficiale. Figlia dell’esperienza milanese dei corsi è anche l’associazione Donne in Quota, che ha l’obiettivo – dice Patrizia Tossi, tra le fondatrici – di «fare massa critica per ottenere dalle istituzioni e dalla politica un riconoscimento più forte delle capacità femminili e una presenza più alta», attraverso seminari di approfondimento, spettacoli teatrali e interventi nelle scuole contro gli stereotipi di genere. Poi c’è il blog www.piudonneinpolitica.it , che raccoglie le voci delle migliori corsiste della prima edizione.

E c’è Donna Tv, la prima web television italiana al femminile. Sei donne, romane, mestieri e età diverse, che si sono incontrate nell’edizione 2005 di Dpi. «Abbiamo pensato a un mezzo di comunicazione mai tentato prima: una tv delle donne», racconta Eleonora Selvi, «e a uno strumento libero, accessibile, che consentisse a tutte le utenti di essere al tempo stesso autrici. E impossessarsi di nuovi linguaggi e tecnologie dell’informazione, è un passo verso il superamento del digital divide di genere». E meno male che le donne non sanno usare la tecnologia! Basta accedere al sito www.donnatv.it e scorrere i reportage, gli speciali dedicati alla politica o alla cultura, il tg donna, i corti: tutto in un’ottica di genere, per «valorizzare i ruoli positivi e l’autorevolezza delle donne, tanto contrastata dai media tradizionali».

Succede insomma che, se chiamate in causa, le donne ricompaiono. Tentano di stravolgere il «”patto sociale” fondato su un implicito “passo sessuale”», dice la Molfino , «in cui non sono state riconosciute e non si riconoscono come soggetti attivi nella sfera pubblica». Eppur si muovono.

 

SPOT DI DOLCE&GABBANA, ATTACCO DELLA CGIL – da il Corriere della Sera del 4 marzo 2007

Anche 13 senatori chiedono lo stop alla campagna pubblicitaria Spot di Dolce&Gabbana, attacco della Cgil Il sindacato: «Messaggio di violenza e sopraffazione nei confronti delle donne». Scuse ufficiali o l'8 marzo sarà sciopero dei consumi 

MILANO - Prima un'associazione spagnola per la difesa delle donne, poi Amnesty, ora la Cgil. E infine anche un gruppo di 13 senatori. Si allarga il fronte di chi si schiera contro la pubblicità di Dolce e Gabbana (Guarda al link

 http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/02_Febbraio/20/pop_DG.shtml)

e sottolinea che i due stilisti dovrebbero chiedere scusa a tutte le donne. Nel manifesto è rappresentato un uomo a torso nudo che tiene una donna inchiodata a terra per i polsi, mentre lei cerca di divincolarsi e altri uomini osservano impassibili la scena. «La moda - afferma il segretario generale della Filtea-Cgil Valeria Fedeli - è innanzitutto cultura, etica, e veicolo di trasmissione di valori, sogni emozioni. È vergognoso che Dolce & Gabbana veicolino un messaggio di violenza e sopraffazione nei confronti delle donne. Quel manifesto dovrebbe scomparire e gli stilisti devono chiedere scusa a tutte le donne. Se ciò non avverrà, l'8 marzo le donne proclameranno uno sciopero degli acquisti dei capi di Dolce & Gabbana».

SENATORI - «Chiediamo che Dolce e Gabbana ritiri la pubblicità o che l'azienda sia richiamata al rispetto delle regole». È quanto scrivono tredici tra senatrici e senatori dell'Ulivo e di Forza Italia, prima firmataria Vittoria Franco, presidente della commissione Cultura e responsabile nazionale delle Donne Ds, al Giurì per l'autodisciplina pubblicitaria, Umberto Loi, in relazione alla nuova campagna pubblicitaria dei due stilisti italiani. La lettera è sottoscritta dai senatori dell'Ulivo Albertina Soliani, Anna Maria Carloni, Silvana Amati, Colomba Mongiello, Fiorenza Bassoli, Massimo Livi Bacci, Beatrice Magnolfi, Anna Maria Serafini, Carlo Fontana, dal vicepresidente del gruppo Luigi Zanda e da Laura Bianconi e Maria Burani Procaccini di Forza Italia. «Desideriamo sottoporre al vaglio del suo giudizio la pubblicità di Dolce e Gabbana che compare in questi giorni su alcuni organi di stampa - spiegano i tredici senatori nella lettera al Giurì - La pubblicità rappresenta in maniera non allusiva una vera e propria istigazione allo stupro di gruppo: una donna sofferente a terra e tre uomini sulla cui funzione l'immagine non lascia dubbi. Siamo sconcertati e offesi poichè essa va molto oltre la concezione della donna come oggetto che il più delle volte ricorre nelle immagini pubblicitarie»

AMNESTY - La campagna pubblicitaria di Dolce e Gabbana «rischia di rappresentare un'apologia dell'uso della violenza nei confronti delle donne ed è un contributo inaccettabile dei due stilisti alla vigilia della Giornata internazionale della donna». È la denuncia della sezione italiana di Amnesty International, che auspica il ritiro della pubblicità, come già avvenuto in Spagna. Dice il portavoce di Amnesty Italia, Riccardo Noury: «Dal 2004 la nostra associazione conduce la campagna mondiale "Mai più violenza sulle donne", per fermare un fenomeno che colpisce in molti Paesi due donne su tre e da cui l'Italia non è affatto immune, come denunciato dall'ultimo rapporto Istat». E aggiunge: «Il diritto delle donne a vivere libere dall'incubo della violenza ha bisogno di tutto, meno che di immagini come quelle di Dolce e Gabbana».

GLI STILISTI: ALLORA CHIUDETE MUSEI - Anche le fotografie, e quindi le campagne pubblicitarie, sono una forma d'arte e rientrano nel grande tema della libertà artistica: così rispondono dalla casa di moda Dolce & Gabbana, nel pieno della polemica sulla loro pubblicità. Se si entra nel merito di un'opera d'arte, se si discute della liceità di un'immagine a partire dal suo messaggio, «allora bisognerebbe chiudere anche il Louvre - aveva detto Stefano Dolce durante la polemica per la stessa pubblicità in Spagna - e la maggior parte dei musei del mondo». Si tratta di una polemica retrograda, quindi, quella contro le fotografie. Tra l'altro - fanno notare dalla casa di moda - la donna nell'immagine non ha affatto un'aria sofferente.

L'OCCHIO DI CHI GUARDA - I due stilisti sono intervenuti sul tema nel forum Italians con Beppe Severgnini difendendo la loro linea di condotta e chiudono con una provocazione: chi è più volgare, l'autore o il fruitore?