RASSEGNA STAMPA

DIRITTO DI CRONACA. LA TESTIMONIANZA DI FLAVIA AMABILE – Dal blog giornalisti La Stampa del 29 aprile 2008

In tanti, in troppi ormai, sognano di abbandonare l'Italia. Ilaria Ronchetti lo farà davvero: si prepara a fare i bagagli e stabilirsi a Barcellona dove potrà avere i figli e un lavoro che l'Italia non riesce a darle. Che poi si tratti di un lavoro con gli italiani è uno di quei paradossi di cui è pieno questo Paese. 
Partirà a giugno. Ha 35 anni, età difficile per una donna, tanto più in Italia. E' una psicologa, ad un certo punto nel 1998 ha scoperto di soffrire di endometriosi, malattia che colpisce l'utero, poco nota, per ora nemmeno riconosciuta in Italia, nonostante l'Unione Europea abbia chiesto a tutti i suoi Paesi di farlo e abbia anche investito soldi in proposito e nonostante un progetto di legge presentato nel gennaio 2007 alla Camera dei Deputati. 
Ora, il disinteresse apparirebbe anche normale se l'endometriosi fosse una malattia come le altre, ma provoca l'infertilità e colpisce 3 milioni di donne in Italia, 14 milioni in Europa. Per il nostro Paese, insomma, trascurare l'endometriosi è l'equivalente di otto-nove anni di aborti legalizzati senza nemmeno doversi sottoporre ad anatemi papali. E quindi in un'Italia alla spasmodica ricerca di pargoli da far nascere uno si aspetterebbe una battaglia per rendere patologie come questa una priorità di governo. 
E invece ci si ritrova con storie come quella di Ilaria, operata una prima volta nel 1998, poi colpita di nuovo dalla malattia nel 2005. Peccato che i medici abbiano impiegato tre anni per capirlo nonostante avesse girato molti ginecologi e mostrato i suoi organi interni in numerose ecografie. E peccato che fra questi medici ci sia stato chi le abbia detto: 'se paga la faccio operare subito, se vuole farlo con l'assistenza pubblica sono almeno 4 mesi di lista d'attesa'. Va a finire che Ilaria entra in sala operatoria in tempi brevi grazie al suo vecchio ginecologo e alle sue conoscenze. 
Una storia come tante, quella di Ilaria. E nemmeno una delle più gravi come quella della donna che ha mandato agli inizi di aprile una lettera al ministro Livia Turco per chiederle un sostegno nel riconoscimento dell'endometriosi.
'Vorrei un figlio - dice Ilaria - ma non è semplice qui in Italia'. Perché dovrebbe far ricorso alla fecondazione assistita. Poco tempo fa le è arrivata una proposta di lavoro: andare a Barcellona a fare sedute on-line per ragazzi sieropositivi. Mille euro al mese, casa e contributi pagata. Metteteci la possibilità di fare un figlio con la fecondazione assistita senza i vincoli presenti in Italia e avrete la risposta di Ilaria all'offerta. Vado in Spagna, faccio un figlio. Forse torno, forse no. Nostalgia dell'Italia? Non molta: anche perché indovinate chi saranno molti dei sieropositivi di cui si occuperà: italiani, è ovvio. 

 

NUOVO STATUTO DELLA REGIONE LOMBARDIA: PIÙ DONNE NEGLI ORGANISMI DELLA REGIONE E NELLE CARICHE ELETTIVE – 12 Marzo 2008

Passa il principio della democrazia paritaria. Le consigliere del Pd: "Testo fortemente voluto, anche dall'associazionismo femminile

È stato approvato questo pomeriggio, mercoledì 12 marzo 2008, in Consiglio regionale l´articolo 11 del nuovo Statuto, che riguarda l´uguaglianza tra uomini e donne e promuove, valorizza e garantisce le pari opportunità nella vita politica e amministrativa della Regione. Soddisfazione è stata espressa dalle consigliere regionali del Pd Ardemia Oriani, Maria Grazia Fabrizio e Sara Valmaggi. "Dopo una lunga e difficile discussione prima in Commissione e poi in Aula - hanno dichiarato -, si è arrivati a una formulazione positiva su alcuni temi che riguardano i diritti e la rappresentanza delle donne nella nostra Regione. Lo Statuto della Lombardia, unico in Italia, riconosce infatti il principio della democrazia paritaria e la promozione del riequilibrio della rappresentanza tra i generi negli organi di governo, negli enti, nelle aziende e nelle società partecipate dalla Regione Lombardia. Lo Statuto, inoltre, promuove condizioni di parità per l´accesso alle cariche elettive. Era un testo atteso e fortemente voluto - hanno concluso Oriani, Fabrizio e Valmaggi -, non solo dalle consigliere del Pd, ma anche dal vasto mondo delle organizzazioni e associazioni femminili".
Laura Sebastianutti, Paola Stringa, Stefano Tessera
Ufficio Stampa Pd, Consiglio Regionale Lombardia via Filzi, 29 Milano, tel.02 67482826

 

OTTO MARZO, IL MONITO DI NAPOLITANO "ANCORA TROPPE LE DISCRIMINAZIONI" - da La Repubblica del 20 marzo 2008

Appello bipartisan Pollastrini-Prestigiacomo: "Non abolire il ministero Pari Opportunità"

ROMA - In Italia ci sono ancora troppe discriminazioni fra uomini e donne e non si parte alla pari. E se è buona la scelta di mettere una donna alla guida di Confindustria, in politica il sesso femminile è ancora sottorappresentato. Lo ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano oggi al Quirinale, celebrando la giornata internazionale della donna, insieme al ministro delle Pari Opportunità Barbara Pollastrini davanti ad una platea di 400 signore. 
Ricordando gli esempi positivi di attività svolte da singole donne o da associazioni impegnate per l'affermazione dei diritti fondamentali, il capo dello stato si è espresso con forza in difesa dell'"autonomia delle decisioni riconosciute dalla legge alle donne". "Quando si contestano comportamenti, talvolta perfino da parte dei pubblici poteri, che feriscono questa autonomia, si solleva una questione di dignità delle persone. Quelli che vediamo troppo spesso messi in causa sono non già diritti specifici delle donne, ma elementi essenziali dello Stato di diritto", sottolinea il presidente della Repubblica. 
"Vedremo all'indomani del voto del prossimo 13 aprile in quale misura le forze politiche abbiano ridotto una ingiustificabile disparità delle presenze di uomini e donne nel parlamento italiano", ha detto ancora il presidente, sottolineando che "non possiamo ignorare la gravità dello squilibrio persistente a danno delle donne nella rappresentanza politica". 
Napolitano esorta poi a puntare "una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni rappresentative e di governo". Un elemento che, per il presidente della Repubblica, "può contare non poco per lo sviluppo anche in Italia di politiche volte a far crescere l'occupazione femminile, a favorire la conciliazione tra lavoro e maternità, ad assicurare il sostegno alla cura e alla istruzione dei bambini svantaggiati". 
Durante le celebrazioni, il ministro Pollastrini insieme all'ex responsabile del dicastero Stefania Prestigiacomo hanno lanciato un appello bipartisan per non abolirlo. "Sarebbe un grave errore politico, una miopia abolire il ministero", perché serve un luogo per i diritti delle donne" ha detto Pollastrini. Stessa preoccupazione è stata espressa da Stefania Prestigiacomo al pensiero che alla ristrutturazione del prossimo esecutivo il ministero possa scomparire. 

 

ABORTO, PRIMO VIA LIBERA ALLA RU486 – dal corriere della Sera del 27 febbraio 2008

Parere favorevole dalla commissione tecnico scientifica dell'Aifa alla commercializzazione della pillola abortiva

Il ginecologo dell'ospedale Sant'Anna di Torino, Silvio Viale (Ansa)
ROMA - L'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha dato il primo via libera alla commercializzazione in Italia della pillola abortiva Ru486. La commissione tecnico-scientifica (Cts) dell'Aifa ha infatti fornito parere favorevole alla richiesta di autorizzazione al commercio, attraverso la procedura di mutuo riconoscimento, che coinvolge anche altri Paesi europei, per la RU486. 
PRIMO STEP - La domanda era stata avanzata a fine novembre dalla Exelgyn, la ditta farmaceutica francese produttrice del farmaco. Si tratta del primo step sulla strada che potrebbe rendere la RU486 disponibile in Italia, come farmaco utilizzabile esclusivamente in ospedale, e dunque classificato in fascia H. 
L'ITER - L'iter di autorizzazione prevede ora che il Comitato tecnico-scientifico (Chmp) dell'Agenzia europea del farmaco (Emea) dia il via libera al mutuo riconoscimento. Ok che dovrebbe arrivare già mercoledì. Dopo questo passaggio, la "pratica" tornerà alla Commissione tecnica dell'Aifa che, a sua volta, darà mandato al Comitato prezzi e rimborsi dell'agenzia del farmaco per la negoziazione del prezzo per il Servizio sanitario nazionale. Ultimi step: l'approvazione da parte del Consiglio di amministrazione e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. L'iter di registrazione per mutuo riconoscimento della pillola abortiva RU486 non si concluderà prima della fine di maggio. 
NODO DA SCIOGLIERE - Per i tecnici dell'Aifa resta però sul tavolo un altro nodo da sciogliere. La RU486, infatti, deve essere somministrata alle donne in aggiunta a un altro farmaco, il misoprostolo, che è autorizzato in Italia esclusivamente come gastroprotettore e non per uso ginecologico. Dunque, spetterà alla Cts decidere se ampliare le indicazioni di questo prodotto, consentendone l'uso in aggiunta alla pillola abortiva, o se autorizzarne l'utilizzo "off label", cioè "fuori indicazione". 
VIALE SODDISFATTO - «Oggi è un grande giorno per le donne italiane». Così Silvio Viale, ginecologo torinese, promotore della sperimentazione della RU486, esprime soddisfazione per il primo via libera dato dalla Commissione tecnico scientifica dell'Aifa alla pillola abortiva. Secondo Viale il via libera dell'Aifa «corona una battaglia durata sette anni e colma vent'anni di ritardo rispetto alla Francia e nove rispetto all'Europa. Finalmente finisce il bluff di chi la chiamava "pesticida umano" o "diserbante chimico" o di chi parlava di aborto facile o a domicilio». «La RU486 - dice ancora Viale - sarà utilizzato per gli aborti nell'ambito della legge 194 e permetterà anche ai medici italiani di partecipare alle ricerche in altri campi della medicina». «Che fosse un farmaco - conclude - era chiaro e da oggi siamo più vicini all'Europa». 

 

RIFLESSIONE DI UNA DONNA SULLE POLITICHE DESTINATE ALLE DONNE – Sito di Libertà e Giustizia, 6 febbraio 2008

Chi darà voce alle migliaia, decine di migliaia, milioni di donne italiane scaraventate brutalmente nella cronaca politica oggi che la politica non le rispecchia più, se mai lo ha fatto? Chi darà voce all´intimo dolore e silenzio nel quale sono sempre state chiuse le decisioni delle coppie, giovani meno giovani, o delle donne sole o di padri e madri di figlie nei confronti delle 
quali si sono sentiti in obbligo di decidere? Nessuno dato che non era scritto che ciò dovesse avvenire ma era invece scritto che queste decisioni dovessero riguardare la loro coscienza e sono sicura che la coscienza può operare già da sola con grande autorevolezza quel giudizio che oggi nella follia generale devoti, istituzioni religiose ed accanite pignolerie si arrogano il diritto di 
esercitare. Sulla base di una decisione molto simile ad un impulso inconscio si sta scatenando una qualche forma di condanna laddove con ogni probabilità proprio nell’intimo della propria vita già ogni donna, coppia o famiglia questo giudizio lo ha già espresso. Nell’intimo, nel silenzio nelle lacrime e nella solitudine; se noi crediamo e vogliamo credere che la nostra coscienza sia ancora libera di decidere di quale dolore vogliamo che la nostra vita sia dipinta allora dobbiamo far si che da questo dolore nasca una nuova coscienza. 
La immagino nuova perché sono stufa di sentire parlare del corpo della donna come se fosse una cosa a sé: noi esistiamo anche grazie alla nostra anima, alla nostra coscienza all’intelligenza alla capacità di lavorare e di mettere al mondo figli soprattutto. Non può più esistere qualcosa che somigli al vecchio "riprendiamoci il nostro corpo" visto che non è di questo che si parla oggi, 
invece la voce che si deve alzare alta chiara e matura è la voce della coscienza che dica chiaro e forte che la maternità è sacra e meravigliosa e meravigliosa è l´anima delle donne che hanno sofferto per questo, per averla desiderata senza poterla ottenere, per averla negata e per averla spesso poi ritrovata perché non si scherza con l´anima delle donne che poi è l´anima di questa nostra povera terra, dove milioni di donne davvero piangono per non avere di che accudire i propri figli mentre gli uomini si dedicano a stragi senza nome. Nessuna donna al mondo per nessun motivo si farebbe togliere dalle braccia il suo bambino e se lo ha fatto quando ancora la vita di suo figlio era strettamente "interiore" come direbbero i saggi di una volta, avrà avuto i suoi buoni motivi. Perché non lasciamo che la maturità degli esseri umani si esprima anche attraverso scelte dolorose, perché questi nostri uomini di fede o di devozione hanno paura del dolore?

 

PARLAMENTO EUROPEO: NO ALLE "QUOTE ROSA" – dal Dipartimento delle Pari Opportunità, 17 gennaio 2008

508 voti favorevoli, 41 contrari e 16 astensioni: questi i risultati con i quali il Parlamento europeo ha approvato la relazione di Ilda Figueiredo nella sessione del 17 gennaio 2008. 
Due i voti di scarto con i quali è stato soppresso il paragrafo che invitava gli Stati membri a rispettare la quota di almeno il 40% di donne presenti nei consigli di amministrazione delle imprese pubbliche e nelle società per azioni. L'esempio della Norvegia non sarà seguito.
Una richiesta alla Commissione e agli Stati membri da parte dell'Europarlamento che si affida, di conseguenza, più al senso di responsabilità e ad una presa di coscienza piuttosto che al rispetto preciso di percentuali numeriche soprattutto nei consigli di amministrazione delle imprese, in particolare nel caso in cui gli Stati membri siano azionari. 

Gli Stati membri sono dunque invitati a promuovere programmi di imprenditoria femminile nel settore industriale, finanziare nuove imprese "rosa", favorire l'introduzione di programmi di parità nelle stesse e vigilare sul rispetto dei criteri di responsabilità sociale che garantiscano servizi sociali affidabili, formazione per le donne e tutele per il settore tessile. 

Di seguito potete leggere la relazione di Ilda Figueiredo

Strasburgo, 17 gennaio 2008
12h45

Più donne nei consigli d'amministrazione delle imprese

Il Parlamento chiede all'UE e agli Stati membri di promuovere una presenza
equilibrata di donne e uomini nei consigli d'amministrazione delle imprese ma, per una manciata di voti, non chiede l'imposizione di "quote rosa" come accade in Norvegia. Sollecita inoltre l'introduzione, su base obbligatoria, di programmi di parità nelle imprese e il rispetto dei criteri di responsabilità sociale. Occorre poi garantire servizi sociali affidabili, incoraggiare la formazione delle donne e prevedere tutele per il settore tessile.
Approvando con 508 voti favorevoli, 41 contrari e 16 astensioni la relazione di Ilda FIGUEIREDO (GUE/NGL, PT), il Parlamento sottolinea anzitutto il ruolo svolto dalle donne nell'industria e incoraggia la loro promozione nel rispetto della parità di salario, delle condizioni di lavoro, delle prospettive di carriera e di formazione professionale e nel rispetto della maternità «in quanto valori sociali fondamentali». Incoraggia poi gli Stati membri a promuovere programmi di imprenditoria femminile nel settore industriale e a sostenere finanziariamente la creazione di imprese femminili.
Il Parlamento chiede poi alla Commissione e agli Stati membri di promuovere una
presenza equilibrata di donne e uomini nei consigli di amministrazione delle imprese, in particolare nel caso in cui gli Stati membri siano azionari. Accogliendo con soli 5 voti di scarto un emendamento proposto dal PPE, l'Aula ha però soppresso il paragrafo che invitava gli Stati membri «a seguire l'esempio norvegese» adottando misure volte a garantire una quota di almeno il 40% di donne presenti nei consigli di amministrazione delle imprese pubbliche e nelle società per azioni. I deputati, peraltro, deplorano la scarsa partecipazione femminile nelle organizzazioni delle parti sociali e invitano quindi queste ultime a potenziare la partecipazione delle donne nei loro organi decisionali.
Richiamano poi l'attenzione sul «clima inospitale per le donne nell'industria», dovuto a pratiche di reclutamento e assunzione che ostacolano le donne, a norme diversificate per donne e uomini, alla disparità nell’attribuzione di posti altamente qualificati e al divario retributivo tra donne e uomini. Vanno quindi messe a punto strategie specifiche per affrontare queste discriminazioni. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero inoltre sollecitare le grandi imprese affinché introducano, su base obbligatoria, propri programmi negoziati in materia di parità, promuovendone anche l'applicazione nelle PMI. E' anche importante creare una metodologia di analisi delle mansioni «capace di garantire i diritti in
materia di parità di retribuzione tra donne e uomini».
Dovrebbero anche «intervenire più attivamente» nella sensibilizzazione e nel controllo delle imprese per quanto concerne il rispetto dei codici di condotta e dei criteri di responsabilità sociale delle imprese. Così come per garantire migliori condizioni di lavoro, riservando attenzione agli orari di lavoro, all'osservanza dei diritti alla maternità e alla paternità (reinserimento professionale dopo il congedo), alla conciliazione tra lavoro e vita familiare. Tali diritti, per i deputati devono essere sanciti in una legislazione. D'altro canto, gli Stati membri sono invitati a premiare le imprese che si adoperano a favore della parità tra uomini e donne e favoriscono la conciliazione tra vita professionale e vita familiare al fine di contribuire alla diffusione di buone pratiche in materia.
Il Parlamento sottolinea poi la necessità di una rete di servizi sociali affidabili e di flessibilità nelle strutture prescolastiche e della scuola primaria, al fine di sostenere le donne che lavorano durante la fase della vita in cui si occupano dell'educazione dei figli.
Sollecita quindi gli Stati membri a garantire un accesso universale a servizi sociali a costi
sostenibili - quali asili nido, doposcuola, strutture di ricreazione per bambini e servizi di sostegno agli anziani -che altrimenti sono tendenzialmente garantiti da donne. Chiede inoltre un sostegno effettivo a livello tecnico e, ove possibile, aiuti finanziari o incentivi per i datori di lavoro delle PMI affinché possano attuare tali politiche e pratiche.
I deputati sottolineano la necessità di incoraggiare le donne che lavorano nell'industria a costantemente acquisire le competenze di cui necessitano per riuscire nella propria carriera. Sollecitano poi la Commissione a intensificare il sostegno ai programmi di formazione professionale per le donne nelle PMI industriali e il sostegno alla ricerca e all'innovazione, ma anche a sostenere l'istruzione e l'istruzione superiore, poiché questa «costituisce uno strumento essenziale per le donne ai fini del superamento della segmentazione di genere del mercato del lavoro». E' poi sottolineata la necessità di procedere ad una nuova formazione delle donne che hanno dovuto interrompere la loro carriera, al fine di migliorare la loro “occupabilità”.
Nel riconoscere che alcune regioni si distinguono per l'elevata concentrazione di imprese del settore del tessile e dell'abbigliamento, dal quale dipende notevolmente l'occupazione delle donne, il Parlamento chiede che venga prestata particolare attenzione all'importazione di prodotti provenienti da paesi terzi e che non vengano concessi aiuti comunitari alle imprese che, dopo aver beneficiato di tali finanziamenti in uno Stato membro, trasferiscono la loro produzione in un altro paese.
Stati membri e Commissione dovrebbero poi tener conto della dimensione di genere all'atto della distribuzione degli aiuti a titolo del Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione, affinché questi possano giungere anche ai settori a forte intensità di manodopera femminile. I deputati sottolineano inoltre l'importanza di programmi comunitari che incentivino la creazione di marche, la difesa dell'indicazione di origine della produzione e la promozione esterna dei prodotti comunitari di settori industriali in cui predomina la presenza femminile.
Infine, il Parlamento chiede a Commissione e Stati membri di adottare tutte le misure necessarie a garantire la tutela dalle molestie sessuali e basate sul genere.

Link utili
Comunicazione della Commissione - Combattere il divario di retribuzione tra donne e uomini
Portale dell'Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d'Azienda
Portale dell'Osservatorio per l’imprenditorialità femminile

Riferimenti
Ilda FIGUEIREDO (GUE/NGL, PT)
Relazione sul ruolo delle donne nell'industria
Procedura: Iniziativa
Dibattito: 17.1.2008
Votazione: 17.1.2008

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ABORTO, SONO TORNATI GLI ANATEMI - di Vittoria Franco, da l'Unità del 7 gennaio 2008

Con una periodicità costante, ormai, c’è qualcuno che lancia anatemi contro la legge 194. È da quando è stata approvata, nel 1978, che ciò accade. Il referendum, che l’ha confermata con una stragrande maggioranza dei consensi, è stato il primo atto. Ricordo nei trent’anni successivi numerosi cortei e manifestazioni in sua difesa. Eppure resiste, e bene. Resiste perché è una legge saggia e lungimirante, che ha rappresentato una conquista di civiltà, ha superato l’aborto clandestino, di cui erano vittime molte delle donne costrette a farvi ricorso, ha fatto dimezzare il numero delle interruzioni di gravidanza, dal momento che punta principalmente sulla prevenzione, ma, soprattutto, mette al centro la maternità libera e responsabile. Un principio importante che andava in quegli anni a costituire un’ulteriore dimensione dell’autodeterminazione della donna. Con la contraccezione sicura che la scienza metteva a disposizione la maternità era stata, infatti, sottratta al destino naturale e consegnata alla responsabilità e alla libera scelta. Dopo secoli di subordinazione, le donne potevano così entrare finalmente nel pianeta libertà e godere del diritto di includere anche se stesse nelle scelte etiche, senza essere accusate di egoismo o di immoralità. Possibilità e libertà di decidere non vuol dire che la scelta sia scevra da conflitti, da sofferenza, da un sentimento di sconfitta e di scacco in caso di aborto. I dilemmi morali sono sempre terribili perché ci costringono a scegliere fra valori egualmente importanti, ma ciò accade quotidianamente nella vita delle persone concrete, quando fanno esperienza di scelte fra alternative di eguale valore. Nessuno può dire, tanto meno una legge, ciò che è giusto o sbagliato in assoluto nell’ambito delle scelte personali. Almeno non può farlo uno Stato democratico e laico, chiamato a non invadere la sfera privata. Alzano sempre di più la voce, invece, coloro che vorrebbero che ciò accadesse. Dopo il fallimento del referendum sulla legge 40 a causa del non raggiungimento del quorum, su cui la CEI aveva puntato, il fronte del fondamentalismo cattolico si sente forte e autorizzato a dettare l’agenda della politica. È accaduto in termini perentori coi Dico, col testamento biologico, con la legge 40, con tutte le questioni che abbiano non solo implicazioni etiche, ma anche di tutela dei diritti individuali; accade in queste ore sulla 194, con toni e linguaggio da crociata, in cui l’interruzione di gravidanza viene assimilata addirittura alla pena di morte.

È raccapricciante che lo si possa anche solo pensare e servirsene - coma fa Giuliano Ferrara e sottoscrive mons. Bagnasco - per dileggiare e umiliare la dignità e la responsabilità delle donne; è segno di spregiudicatezza morale che le si usi come strumento di lotta politica che mira ad altro, a creare difficoltà alla maggioranza, minare alla radice la costruzione di un nuovo soggetto politico, tenere la politica in uno stato di debolezza utile a creare vuoti da colmare. 

Una politica di progresso, che si pone come obiettivo la modernizzazione della società, deve reagire a questo attacco e non continuare a subirlo Stiamo costruendo un nuovo strumento della politica, che noi pensiamo più efficace e moderno, il Partito democratico. Non possiamo restare indifferenti a quello che sta accadendo nel segno di un regresso a tempi che furono e che sono stati superati da nuovi costumi e mentalità. Personalmente (ma so di avere la condivisioni dei più), mi piacerebbe una riflessione più attenta su questi temi e una chiarezza cristallina sulla fisionomia laica del nuovo Partito. 

Sono convinta che, se avessimo costruito il PD anche solo dieci anni fa, non ci saremmo trovati con quella che è diventata una vera e propria emergenza. 
Cosa è cambiato? Indico sommariamente 2 fattori. Il primo riguarda un indebolimento dell’autonomia della politica che ha lasciato spazio all’interferenza diretta di altri poteri, in primis la Chiesa che intende imporsi come unica ed esclusiva detentrice di valori positivi. Il secondo riguarda invece il fatto che i progressi della ricerca genetica e delle nuove tecnologie hanno posto in termini nuovi le questioni della vita e della morte e obbligano la politica a intervenire sul piano normativo. Nel nostro Paese per troppo tempo si è pensato che su questi argomenti potesse ancora valere il solo principio della libertà di coscienza, mentre occorre una nuova "etica del legislatore", fondata sulla responsabilità e sulla ragionevolezza, capace di proporre mediazioni fra posizioni diverse. La coincidenza cronologica di questi due fattori ci crea i problemi che abbiamo sotto gli occhi. La risposta non è tacere o nascondere la testa nella sabbia, ma affrontarli con una discussione 
pubblica seria, pacata, guardando oltre le contingenze. Ho letto che qualcuno propone una riflessione sull’aborto. Facciamo una cosa più utile e lungimirante. Abbiamo il coraggio di mettere in agenda seriamente una riflessione su "politica, diritti individuali, laicità" e su "bioetica e leggi". È un modo per cominciare a costruire un tessuto plurale e resistente nel tempo del nuovo partito, una dimensione culturale laica fondata realmente sull’autonomia della politica e su un pluralismo in grado di elaborare mediazioni. In questa direzione andrà il mio impegno nelle prossime settimane.

 

DONNE FUORI BORSA – di Maria Silvia Sacchi, dal Corriere della sera dell’ 8 gennaio 2008

Assenti dal cda di una società su due 
Modello Norvegia, verso una legge 


Basta società quotate. Perché, quanto a presenza di donne nei consigli di amministrazione, siamo a una distanza siderale dai numeri di cui si sta discutendo in Norvegia. 
Mentre là il governo sembra deciso a far rispettare la legge che vuole un 40% di donne nei cda, e dunque a chiudere le aziende (sono più di un centinaio) che non si sono adeguate entro il 31 dicembre dell’anno scorso come avrebbero dovuto fare, qui in Italia più delle metà delle aziende quotate in Borsa non ha neanche una donna nei suoi organi sociali.
Figlie, mogli, madri Quando ci sono, le donne sono perlopiù sole in consessi totalmente maschili e, 
soprattutto, appartengono alla famiglia che possiede l’impresa. Insomma, figlie, mogli, madri o sorelle. Non è un caso che se si guarda un organismo come il collegio sindacale, la cui funzione dev’essere ricoperta da persone estranee alla proprietà, la presenza delle donne tracolla: l’88% dei collegi sindacali delle società quotate italiane schiera solo professionisti uomini. È 
questo il risultato di un’analisi sulla composizione dei consigli di amministrazione e sui collegi sindacali fatto dal Corriere della Sera insieme con Livia Aliberti Amidani, di Aliberti Governance Advisor, su dati della Consob al 2 gennaio. Un totale di solo 202 donne con incarichi effettivi su 
quasi 4 mila posti disponibili. Che significa il 5,2%; percentuale che sale al 6,6% (296 posti su quasi 4.500 incarichi) se si considerano anche le posizioni supplenti, dove le donne sono più presenti. Dice la ministra delle Pari Opportunità Barbara Pollastrini: «In un Paese che è fanalino di coda come l’Italia, servono terapie choc. Infatti—preannuncia —, in tempi rapidi presenterò 
in consiglio dei ministri un pacchetto di provvedimenti che toccano più tasti: tra questi ci saranno anche regole transitorie che spingano "forzatamente" l’immissione di competenze femminili nei consigli di amministrazione e nelle funzioni dirigenti negli enti e nelle aziende pubbliche. Per le aziende quotate la questione è più delicata, ma non sono sfavorevole alle norme adottate in 
Norvegia: anche in questo caso dobbiamo trovare forme per incentivare in modo forte le imprese a riconoscere i meriti femminili nei vertici».

Le nostre norvegesi 
Pochissime donne e di famiglia (ma anche questo è in qualche modo un cambiamento: fino a pochi anni fa le figlie venivano liquidate in denaro e immobili, mentre le azioni restano ai figli maschi). Provando a vedere se, tra le aziende quotate, c’è qualcuna che rispetta i canoni norvegesi, si trova solo la Kaitech, azienda di information tecnology il cui 40% di presenza femminile è un fatto delle ultime settimane, dopo il rinnovo del consiglio di amministrazione nel quale sono entrate due donne, amministratrici indipendenti, seguito all’indagine aperta dalla Consob (l’organo di controllo del mercato) sui conti dell’azienda. Vicina al 40% è anche la As Roma, con 4 donne (su 11 
consiglieri), tre delle quali sono le sorelle Sensi, della famiglia azionista di riferimento. L’analisi sulla composizione dei consigli di amministrazione, dice però anche un’altra cosa. E cioè che anche le donne siedono in cda più ampi della media (10,4 contro 9,9), e questo significa che quando ci sono pochi posti, solitamente vanno a consiglieri uomini. Questo si vede soprattutto nelle società di maggiori dimensioni, dove capita anche di trovare donne che hanno più di una carica, ma di solito avviene in consigli parecchio numerosi. «Complessivamente è un quadro molto deludente — sintetizza Livia Aliberti Amidani —. I consigli di amministrazione hanno per loro natura evoluzioni 
lente, ma nel caso della presenza femminile appare evidente che sia necessario un intervento normativo sulla falsariga di quello che ha introdotto gli amministratori di minoranza».

Vertici contati 
Le posizioni di primissimo vertice sono veramente poche: nessun presidente di consiglio di sorveglianza, un solo presidente onorario di consiglio di amministrazione (Elisa Lorezon in Stefanel), un solo consigliere di gestione (Emma Marcegaglia in Banco Popolare), due soli consiglieri di sorveglianza (Rosalba Casiraghi e Jonella Ligresti), tre vice presidenti e amministratori delegati (Giulia Ligresti, Donatella Ratti, Manuela Giorgetti), nove soli amministratori delegati... Molto forte, in proporzione, è invece la presenza femminile tra i sindaci supplenti (94 incarichi su un totale di cariche societarie di 296) a dimostrazione, dice Aliberti Amidani, «che le disparità diminuiscono quando le donne non hanno la possibilità di incidere». Anche se si esce da Piazza Affari, il quadro non cambia granché. Nelle aziende piccole e 
medie non quotate la presenza di donne nei cda aumenta con l’aumentare delle donne azioniste — come dice un’analisi realizzata da Daniela Montemerlo, professore associato all’università dell’Insubria e docente della Sda Bocconi — mentre si riduce quando la proprietà diventa più frammentata. «La strada norvegese mi sembra un po’ drastica — dice Montemerlo — ma le quote hanno il vantaggio di dare una scossa al sistema». «Il fatto singolare nel nostro Paese è che non ci sia mai un’azione spontanea da parte delle società, che non ci sia mai qualcuno che dica "c’è un problema (e la scarsa presenza femminile nel mondo del lavoro è un problema) vediamo cosa fare concretamente" — dice Salvatore Bragantini, ex commissario Consob —. In Italia si dovrà andare verso una qualche forma forzosa, anche se io punterei a non fare programmi troppo ambiziosi, ma irraggiungibili: occorrono quote progressive che salgano nel tempo. Un obiettivo ragionevole a mio parere sarebbe arrivare al 15% tra tre anni e al 30% tra sei». Favorevole a un utilizzo «soft e a tempo» di meccanismi coercitivi «che consentano di sbloccare un sistema sistematicamente bloccato come l’Italia» è anche il docente Maurizio Ferrera. E cita la Spagna che ha scelto una strada diversa dalla Norvegia, pur con gli stessi obiettivi, e dove per esempio non ammettono alle gare per appalti pubblici le aziende private che non rispettano certe quote o che non predispongano piani per garantire l’accesso delle donne al vertice. Quella Spagna che ha appena dichiarato di aver superato l’Italia nella crescita.

 

NO A NUOVI LIMITI. IL 65% CON LA 194 - di Renato Mannhaimer del Corriere della Sera del 6 gennaio 2008

E tre italiani su quattro hanno affermato che «non è opportuno» vietare l'interruzione della gravidanza

La questione dell’aborto torna periodicamente al centro del dibattito politico e sociale, in Italia come in molte altre nazioni. Sia a livello etico — vale a dire sull’opportunità o meno di ricorrervi, in termini di principio — sia riguardo alla specifica normativa di questo o quel Paese. Questa costante attualità della problematica dipende dalla complessità — e dalla delicatezza — del tema e, al tempo stesso, dall’esistenza di interessi soggettivamente reputati «legittimi» ma contrapposti e in conflitto tra loro: quello del «diritto alla nascita» da parte di chi è stato concepito e, contemporaneamente, quello del diritto della madre di decidere autonomamente — seppure entro certi limiti— del proprio corpo e del proprio destino. Quest’ultimo punto di vista appare, nel nostro Paese, nettamente prevalente. Tanto che, di fronte al quesito se, riguardo al tema dell’aborto, «le persone devono poter scegliere secondo la loro coscienza» o se, viceversa, «lo Stato deve porre dei limiti e delle regolamentazioni», la maggioranza assoluta, oltre il 65%, si dichiara più vicino alla prima opzione. Non sorprende dunque il fatto che gli italiani si dichiarino, ormai da molto tempo, favorevoli in linea di massima all’ammissibilità dell’aborto nel nostro paese. In un recente sondaggio, il 73% degli intervistati — vale a dire quasi tre italiani su quattro — affermava che «non è opportuno vietare» tale pratica. In più, il 51% dichiarava di reputare l’aborto «ammissibile a livello personale». Viceversa, «solo » il 26%, con una qualche accentuazione al sud e tra chi possiede titoli di studio meno elevati, era di parere contrario. Non si riscontrano al riguardo differenziazioni legate all’orientamento politico, salvo una maggiore perplessità espressa tra chi si dichiara disinteressato o indeciso su cosa votare. C’è invece una prevedibile maggiore contrarietà tra chi frequenta maggiormente le funzioni religiose ed è quindi più strettamente legato alla fede cattolica. Ma persino tra chi dichiara di recarsi aMessa almeno una volta alla settimana — vale a dire tra i più religiosi — la maggioranza (53%) afferma che non sarebbe opportuno vietare l’aborto. Sul piano dei principi, dunque, vi è nel nostro Paese — in tutte le componenti sociali, politiche, religiose—un atteggiamento maggioritario favorevole all’aborto. Anche se alcune innovazioni, come la proposta specifica di introduzione della «pillola abortiva» (Ru-486) hanno suscitato più opinioni contrarie (50%) che favorevoli (44%). Riguardo alla legge attualmente in vigore, si riscontrano posizioni più articolate, a fronte comunque, della permanenza di una maggioranza di favorevoli. Occorre dire che, diversamente da normative su altri temi che, evidentemente, toccano meno l’interesse e la sensibilità delle singole persone, il livello di informazione riguardo alla 194 è assai ampio. Solo il 14% della popolazione non ha idea dei termini della legge e quasi il 50% mostra di conoscerla con notevole precisione. Nel merito, il 57% degli italiani — con un’accentuazione tra i più giovani e con eguale intensità tra gli elettori dei due poli—reputa opportuno «lasciare la legge sull’aborto così com’è ora». I restanti si dividono tra chi (23%) ritiene necessario modificare la normativa attuale «rendendo più difficile abortire» e chi (17%), viceversa, opta per una maggiore permissività. Ancora una volta, ovviamente, i cattolici praticanti mostrano un’accentuazione nella richiesta (avanzata dal 39%) di una maggiore restrittività della legge: ma, anche in questo caso, la maggioranza relativa (45%) opta per il mantenimento dello status quo. In definitiva, la cultura politica del nostro Paese sembra ormai avere assimilato l’idea di ammissibilità dell’aborto, sia sul piano dei principi, sia su quello delle norme atte a regolamentarli.

 

QUANDO L'AMORE DIVENTA STALKING – da Fastweb Magazine, 24 novembre 2007

Si dice stalking ma è ossessione. Donne l'80% delle vittime di questi comportamenti che si verificano per lo più al termine di relazioni sentimentali

Hiina, Meredith. Vittime della tradizione o dell’anticonformismo. Di costumi castigati o troppo liberi. In ogni caso della violenza che colpisce l’altra metà del cielo.
Donne che, con la loro morte, sono diventate protagoniste non solo di delitti efferati ma anche di casi mediatici. Ma per loro che hanno raggiunto gli onori della cronaca ci sono migliaia di altre donne ignote, vittime della violenza annidata, per lo più, tra le pareti domestiche. E’ per tutte loro, presenti in ogni latitudine, in ogni gruppo sociale, che anche quest’anno, domenica 25 novembre (la prima volta ufficiale risale al 1999 per volere delle Nazioni Unite) si celebra la giornata internazionale per i diritti contro la violenza sulle donne. Cifre da brivido, verrebbe da dire, se si calcola che in Italia le donne vittime di violenze sono circa 7 milioni, di cui 1,5 milioni di età inferiore ai 16 anni. I colpevoli sono solo nel 13% circa dei casi “non conoscenti” o ignoti; il restante 87% delle sopraffazioni fisiche è compiuto dalla mano di mariti, conviventi o ex (70%) oppure di familiari, conoscenti, amici (17%).

Tutta gente che alla fine la fa franca. Basti pensare che solo l’1% degli autori di violenze sessuali viene condannato. Anche perché meno del 20% delle vittime denuncia le violenze subite. Accanto alle quali, nelle loro forme più radicate e note, sta prendendo piede un nuovo genere che colpisce ancora una volta prevalentemente (80%) il sesso femminile: lo stalking, efficamente ritratto, ad esempio, nel film A letto con il nemico, interpretato da Julia Roberts.

Ne parliamo con Massimo Lattanzi, tecnico (psicologo clinico) della Polizia di Stato, che nel 2002 ha fondato un Osservatorio Nazionale sullo Stalking (di cui è direttore) e che ha prodotto fino ad oggi 15 ricerche su un fenomeno, ahimè, in crescita.

“Lo stalking venne individuato e studiato a partire dal 1990 negli Usa e soprattutto in Australia (dove a metà degli anni Novanta si emanarono provvedimenti punitivi ad hoc, ndr) - precisa Lattanzi. -"Nel nostro Paese ci si avvicinò al tema, e al termine, nel 2001 nell’ambito di una ricerca sul delitto passionale (il 10% di omicidi dolosi hanno avuto come prologo atti di stalking)”. E sì, perché alla base di questo comportamento, persecutorio per la vittima, c’è sempre da parte dell’autore un disagio relazionale ed esistenziale che in meno del 10 % dei casi è una psicopatologia grave.
Gli stalker sono persone che non sopportano abbandono, vuoto, separazione (il 50% delle manifestazioni avviene alla fine di una relazione), presenti indifferentemente in ogni area del Paese, con trasversalità geosocioeconomica. Per i quali però, precisa Lattanzi nella sua duplice veste di investigatore e di studioso/terapeuta, non cessa la speranza ed esiste una possibilità di redenzione. “Si possono recuperare gli autori di stalking; interventi terapeutici sono già stati effettuati e si è visto come nel 25% dei casi si sia verificata una remissione quasi completa da questo tipo di comportamenti”.
L’Osservatorio oltre a promuovere un’attività di conoscenza ed informazione sul fenomeno (www.stalking.it) ha aperto un Centro di Ascolto, attivo dal lunedì al venerdì (ore 10-19) allo 06 / 44246573.
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TORINO DICE BASTA ALL’USO STRUMENTALE DELL’IMMAGINE E DEL CORPO FEMMINILE – Novembre-dicembre 2007

Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti!

La Città di Torino in occasione del "2007 - Anno europeo delle Pari Opportunità per Tutti" ha realizzato un progetto di comunicazione positiva per «dire basta» all'uso strumentale e offensivo dell'immagine e del corpo femminile, finalizzati alla pubblicità e vendita di prodotti di ogni genere.
La città di Torino e la sua amministrazione in coerenza con gli indirizzi espressi dalla Commissione Diritti e Pari Opportunità, ha deciso di realizzare la campagna "Svendi il mio corpo? Tieniti i tuoi prodotti".
Grazie anche alla collaborazione con il G.T.T. (l'azienda di trasporto pubblico locale), dal primo novembre a metà dicembre 2007 su tram e autobus cittadini, campeggerà una "donna nuda", racchiusa in una piccola confezione per alimenti con tanto di bollino "offerta speciale", quale
prodotto «ideale per pubblicità, televisione e sfilate».
Il Comune ricorda, inoltre, che qualsiasi persona può segnalare le immagini ritenute lesive della dignità all'indirizzo e-mail presidente.pariopportunita@comune.torino.it o al fax 011 4422633.

 

LOMBARDIA. UNA REGIONE CONTRO LE DONNE - Comunicato di Usciamo dal Silenzio del 31 ottobre 2007

Ancora un attacco alla 194

Immaginatevi di vivere in una città dove le ragazze e i ragazzi, durante l'ora di educazione sessuale a scuola, apprendono che il metodo contraccettivo più efficace è quello dell'astinenza oppure del conteggio dei giorni fertili.
Immaginatevi una città dove una donna si reca in consultorio per l'interruzione di gravidanza e si sente rispondere che non può avere le informazioni che cerca, ma in compenso viene indirizzata al più vicino Centro di aiuto alla vita. Aprite gli occhi: se abitate in Lombardia, la città che state immaginando è già quasi la vostra, e rischia di diventarlo per legge.

La tutela della vita sin dal concepimento figura infatti tra i principi cardini della proposta di legge sui servizi sociali e sociosanitari che è stata approvata oggi in Terza Commissione sanità della Regione Lombardia. Non solo: si vuole che questa "tutela" diventi un "requisito dell'unità di offerta". 
Tradotto: se vogliono continuare a svolgere il proprio lavoro, tutti i servizi di rilevanza sociale che fanno riferimento all'Asl dovranno tenere conto che un embrione ha più "tutele" della donna che lo porta in grembo. 
E non basta, nel Pdl si dice che le prestazioni sanitarie e sociali sono finalizzate a "sostenere la persona e la famiglia, con particolare riferimento allo sviluppo di una sana e responsabile sessualità". Qui siamo veramente al moralismo più bieco e al più ipocrita esercizio di discriminazione. 

Come già in occasione dell'approvazione del nuovo regolamento cimiteriale, che introduceva l'obbligatorietà della sepoltura dei feti, l'attacco alla legge 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza avviene in sordina e in forma indiretta. 
Stavolta però anche l´opposizione di centrosinistra si è mobilitata e ha dato battaglia.
Noi donne di Usciamo dal Silenzio il giorno della discussione del provvedimento in Consiglio regionale ci mobiliteremo per tutelare la nostra vita in carne ed ossa. Tuteliamo la vita perchè sappiamo che essa può esprimersi solo liberando le relazioni tra donne e uomini dalla violenza maschile. Tuteliamo la vita perchè denunciamo che case troppo costose e 
stipendi troppo bassi e discontinui bloccano il desiderio di genitorialità e un bonus una tantum non è sufficiente. La tuteliamo perchè affermiamo che la cura di figli e figlie non deve ricadere sulle spalle delle donne, ma ci deve essere una condivisione da parte maschile. La tuteliamo perché sosteniamo che la libertà e la responsabilità personale devono essere la guida per elaborare regole pubbliche.

 

LE DONNE STRAPPANO SPAZI AI PROFESSIONISTI DELLA POLITICA - di Giovanna Vitale da La Repubblica del 17 ottobre 2007

Dalla volontaria anti-Bassolino alla studentessa che in Puglia ha battuto un assessore regionale Giovanna Cau, 84 anni, avvocato degli attori, ha superato il ministro Melandri

ROMA - Voleva facce nuove il primo segretario del Pd? Quelle che la politica la faccio solo per passione? Ebbene, non può certo dire di non essere stato accontentato. La roulette russa delle primarie ha infine premiato la società civile: professionisti e studenti che stavolta hanno deciso di impegnarsi per dimostrare che la democrazia dal basso esiste davvero e può contare.
Cristina Mastrapasqua ha 18 anni, ultimo anno al liceo scientifico di Pomigliano D´Arco, è la più giovane eletta nell´assemblea costituente nazionale. Scout da sempre, ha la politica nel sangue: a 9 nove anni era già baby sindaco del suo comune e da allora «ho sempre continuato», dice. Quello di domenica è stato il suo primo voto: «Emozionante», trilla sbattendo gli occhioni lucidi di felicità. Per se stessa, ovviamente, ma anche «per Veltroni: 
averlo segretario è garanzia che sarà lasciato spazio ai giovani». Dei quali intende farsi portavoce «per rappresentare, dentro al Pd, le istanze di un´intera generazione». Il suo opposto, almeno anagrafico, è Giovann Cau, classe 1923, già staffetta partigiana e avvocato di Moravia, Mastroianni e Fellini: capolista di "A sinistra per Veltroni" nel centro storico di Roma, ha sbaragliato nientemeno che la ministra Melandri. A 84 anni suonati, è la "madre costituente" per antonomasia. Una che si definisce «diversamente giovane» e con 
allegria racconta «quando, nel dopoguerra, mi chiesero di candidarmi alle politiche: quasi tutte le amiche che avevano lavorato con me nel comitato per conquistare il diritto di voto alle donne - insieme a Rita Montagnana, Laura Ingrao, Teresa Longo, Nerina Scelba e Giuliana Nenni - alla fine entrarono in Parlamento. Io preferii la professione. Perché per fare politica non basta l´entusiasmo, ci vuole competenza; di fronte ai grandi padri - De Gasperi, Togliatti, Ingrao - mi sono sentita sprovveduta, non preparata. La politica non 
si inventa, bisogna capirla e saperla fare. È bene ricordarlo, oggi più che mai».
Basso profilo sempre, anche quando si compiono imprese straordinarie. Come quella della professoressa Fortunata Caccavale: impegnata nel volontariato, capolista a Napoli di "A sinistra", ha battuto il governatore Bassolino candidato nel listone. «È la vittoria di un gruppo di persone che lavorano sul territorio da anni», dice. «Incarno la risposta alla richiesta di rinnovamento che viene dal basso». L´importante è «restare sempre coi piedi a terra», ragiona Giulia Di Pierro, 22 anni, studentessa di Sociologia alla Sapienza di Roma, che con la sua elezione nella lista Letta ha battuto a Bisceglie l´assessore regionale Gugliemo Minervini. «È stato il premio al lavoro che ho fatto». Chiaro e concreto il suo progetto: «Darò vita al movimento giovanile del Pd».

 

LA DENUNCIA DELL'UDI CONTRO LA VIOLAZIONE DELLA DISCIPLINA DELLA PARITA' DI ACCESSO AI MEZZI DI INFORMAZIONE - ottobre 2007

L'Unione Donne in Italia (UDI) denuncia la violazione della disciplina sulla parità d'accesso ai mezzi di informazione-stampa, con particolare riferimento all’iniziativa denominata “50E50 ovunque si decide” e alla manifestazione tenutasi a Roma sabato 13 ottobre 2007 

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«PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI». LA DONNA È IMMOBILE. NELLA PA – da Exduco.net del 10 ottobre 2007

Stenta a farsi largo in carriera; meno di un terzo del vertice nel settore pubblico è rosa. E' quanto emerge da una ricerca dell'Ocap, l'Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche della Sda Bocconi 
di Maria Cucciniello e Laura Macciò, entrambe assistant professor dell'Area pubbliche amministrazioni della Sda Bocconi
Poco numerose nei ruoli di responsabilità e molto rappresentate nei ruoli non dirigenziali: è questo il quadro della presenza femminile negli enti pubblici. La percentuale media di dirigenti donne in servizio negli enti territoriali italiani è infatti solo del 26,54% con uno scarto tra dirigenza femminile e dirigenza maschile pari a ben 46,93 punti percentuali. Tuttavia il rapporto si riequilibra quando si osserva il dato relativo al personale non dirigente: in media, il 48,5% del personale non dirigente è femminile, contro il 51,5% maschile. 

Gli enti territoriali che fanno registrare la maggiore percentuale di dirigenti donne sono i ministeri; in particolare, il ministero per i beni e le attività culturali presenta il maggior numero relativo di dirigenti donne (42,7%) mentre il ministero delle politiche agricole e forestali il minore (16,4%). Il trend a livello aggregato viene confermato dall’analisi dei ruoli che le donne ricoprono all’interno della dirigenza ministeriale: la percentuale di dirigenti donne di prima fascia è del 19,3%, mentre la percentuale di dirigenti donne di seconda fascia sale al 32,5%.
Per regioni, province e comuni la presenza femminile nei ruoli dirigenziali e non dirigenziali mostra valori percentuali perfettamente in linea con l’andamento nazionale. Si riscontrano, però, importanti differenze geografiche, soprattutto a livello regionale e locale: le regioni ed i comuni capoluoghi di provincia del nord mostrano una maggiore presenza di dirigenti donne. I dati relativi alle regioni, infatti, indicano che, a fronte di un dato medio del 29,4% di dirigenti donne impiegato nelle regioni del nord, al sud si registra una percentuale media di dirigenti donne del 23,3% e quelle del centro del 28%. Ugualmente, sono i comuni del nord Italia a far registrare la maggiore presenza femminile all’interno della classe dirigente. 
L’analisi condotta dall’Ocap, Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche della Sda Bocconi, fa emergere chiaramente la debolezza della presenza femminile e evidenzia la bassa propensione del settore pubblico a riconoscere incarichi di responsabilità alle donne. 
I risultati dello studio, infatti, indicano che, sia a livello aggregato che per categorie di enti territoriali, le donne continuano a essere sottorappresentate nella fascia dirigenziale a fronte di una concentrazione femminile elevata nei livelli lavorativi intermedi. 
Ricercare le ragioni di tali situazioni è cosa alquanto difficoltosa, tuttavia è doveroso sollevare la questione e aprire un dibattito positivo circa la necessità di migliorare le proporzioni tra dirigenza maschile e dirigenza femminile nella pubblica amministrazione del nostro paese. 

In questo periodo di accese discussioni sull’incentivazione della partecipazione delle donne alla vita politica ed economica, e sull’introduzione di quote rosa volte a garantirne l’adeguata rappresentanza nelle sedi istituzionali, si segnala, quindi, la necessità di un cambiamento di rotta anche nel settore pubblico. 

 

 

% donne dirigenti su totale dirigenti

% donne non dirigenti su totale personale non dirigente

Ministeri

31,1%

50,1%

Regioni

26,6%

48,7%

Province

23,1%

40,7%

Comuni capoluogo di Provincia

25,34%

54,5%

 

FRANCIA. I DATI RESI NOTI DAL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA. UN PACS OGNI QUATTRO MATRIMONI - Da Il Corriere della Sera del 10 ottobre 2007


In Francia sempre più coppie scelgono questa unione: oltre 77 mila nel 2006. Soprattutto eterosessuali

PARIGI - Un successo, stando ai dati. A otto anni dall'introduzione dei Pacs in Francia, sono sempre di più le coppie d'Oltralpe che formalizzano la loro unione attraverso i Patti Civili di Solidarietà (la scheda). La crescita, secondo i dati forniti dal ministero della Giustizia transalpino (leggi il rapporto in pdf) e ripresi da "Le Monde", è del 20% annuo. Tanto che nel 2006 sono oltre 77.000 coppie, al 93% eterosessuali, che hanno scelto questa 
opzione. Ormai per ogni cento matrimoni celebrati, vengono siglati 25 Pacs. Nel 
2000 erano 5.

COPPIE GAY - Contrariamente a quanto paventato dai suoi oppositori, in totale solo il 12% delle coppie che ha firmato un Pacs sono formate da persone dello stesso sesso (e nel 2006 la percentuale è scesa al 7%). Dopo il picco dei primi anni, con oltre il 40% dei Pacs firmati, le coppie gay che lo siglano sono ora in calo. La percentuale delle separazioni delle coppie eterosessuali dopo sei anni è molto simile a quello delle coppie sposate: il 18,9% contro il 18,2%. 
L'età media di coloro che hanno contratto quel tipo di rapporto è diminuita rispetto ai primi anni e si è stabilizzata a 32,6 anni per gli uomini e a 30,4 per le donne. Questa età resta più alta per i partner dello stesso sesso. Le differenze territoriali sulla frequenza dei Pacs si sono attenuate, ma Parigi non fa testo perché ha un tasso di Pacs per abitante nettamente più alto che negli altri dipartimenti. 

VANTAGGI - Il successo del Pacs, spiega il quotidiano francese, è dovuto «alla sua flessibilità, alla sua apertura alle coppie omosessuali e anche ai vantaggi fiscali che comporta». In Francia esistono tre tipi di unioni: le unioni libere, che non comportano diritti né doveri; il Pacs, firmato davanti al cancelliere del Tribunale e che impone alle parti un «aiuto mutuo e materiale» e può essere sciolto con una semplice dichiarazione; il matrimonio, firmato davanti al sindaco, che obbliga a un dovere di «fedeltà, di soccorso e di assistenza», stabilisce la presunzione di paternità nei confronti dei figli 
nati durante il matrimonio e non può essere sciolto che al termine di una lunga 
procedura giudiziaria.

 

BUFERA SUL BURQA. "UN'OFFERTA ALLE DONNE" - Da Il Corriere della Sera del 9 ottobre 2007


Il ministro Pollastrini replica alla decisione del prefetto di Treviso e all'approvazione della collega Bindi

Donne col burqa (Epa)
ROMA - Accende il dibattito politico tra i due poli ma anche all'interno della stessa maggioranza la decisione del prefetto di Treviso, Vittorio Capocelli, di legittimare il burqa. E ad infiammare le polemiche si aggiunge anche l'approvazione del ministro per la Famiglia, Rosy Bindi. Alla quale replica la collega titolare del ministero per i Diritti e le Pari Opportunità Barbara Pollastrini. «Sono sconcertata e indignata - spiega la Pollastrini -. Come ho sempre detto, ritengo la copertura integrale del volto un'offesa alla dignità delle donne». Sul burqa, sottolinea il ministro per le Pari Opportunità «non può esistere alcuna ambiguità. Il no è netto». «Nel nostro Paese - aggiunge la Pollastrini - esiste la legge numero 152 del 1975 che, all'articolo 5, vieta di fare uso, in luogo pubblico, di una copertura totale del volto. Questa normativa va applicata con fermezza e saggezza. E del resto, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Ministro degli Interni Giuliano Amato sono sempre stati chiari in merito». 
«PENSARE BENE AI DIVIETI» - Rosy Bindi non si lascia intimorire dalla reazione della collega Pollastrini e spiega che prima di vietare l'uso del burqa «occorre pensarci bene», perchè se esso è «segno di oppressione» va combattuto, ma se «è simbolo di una cultura liberamente scelta» allora va tollerato. E appoggia il provvedimento del prefetto di Treviso anche il ministro per la Solidarietà sociale, Paolo Ferrero. «A mio giudizio - spiega Ferrero - il provvedimento del prefetto di Treviso sul burqa è intelligente ed evita contrapposizioni fittizie, perché permette di identificare una persona ma non impedisce l’utilizzo di un costume religioso. Si dovrebbe imparare dal buon senso del prefetto - conclude il ministro per la Solidarietà sociale - e fare finalmente una legge sulla libertà religiosa che disciplini il modo in cui le diverse fedi possono esprimersi nel nostro Paese». 
«AMATO TRASFERISCA IL PREFETTO» - Sulla decisione del prefetto di Treviso non usa mezzi termini Mario Borghezio. «Se al prefetto di Treviso piace tanto il burqa, lo faccia indossare a sua moglie...» sostiene l'europarlamentare della Lega, che in una nota non si dice stupito più di tanto dalla presa di posizione di Capocelli «convinto come sono - spiega - che in uno Stato moderno i Prefetti non servono a niente». Per Borghezio «di fronte ad una simile esternazione su una questione grave e preoccupante come quella dell'uso pubblico del burqa, c'è veramente da domandarsi che cosa aspetti il Ministro dell'Interno a trasferire il Prefetto di Treviso, che, in tutta evidenza, esprime un modo di pensare lontano mille miglia da quello dei trevigiani preoccupati e, giustamente, timorosi di fronte all'espansione dell'Islam fondamentalista nel nostro Paese». Ad auspicare l'intervento di Amato sulla decisione del prefetto di Treviso sono anche alcuni esponenti di Forza Italia e di An. 
«USO INACCETTABILE» - La risposta del Viminale non si fa attendere. «Abbiamo già più volte detto e lo ribadiamo che l'uso del burqa è inaccettabile» afferma il portavoce del ministro dell'Interno, Giuliano Amato, Fabrizio Forquet spiegando che si sta verificando l'esistenza della circolare del 2004 citata da Magdi Allam in un articolo del Corriere e a cui avrebbe fatto riferimento il prefetto di Treviso Vittorio Capocelli che nei giorni scorsi ha ritenuto giustificato l'uso del burqa per motivi religiosi se la persona è sempre identificabile. 
«È UN TRAVESTIMENTO» - E sull'argomento dice la sua lo stesso sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo. «Il burqa è un travestimento, significa non far vedere la propria faccia, mascherarsi per non farsi identificare. Sotto il burqa potrebbe esserci un malavitoso o anche un attentatore» dice il primo cittadino di Treviso intervenendo a Radio 24.

 

DONNE DELLA COSTITUENTE SOCIALISTA. PARI OPPORTUNITÀ: LA LEGGE C ’È E BISOGNA RISPETTARLA – 24 settembre 2007

Il ritardo che l’Italia sconta nel campo della rappresentanza femminile in politica non ci permette di fare sconti ai partiti che non hanno rispettato il principio delle pari opportunità nella presentazione delle liste circoscrizionali alle ultime elezioni al Parlamento europeo.

Come è ben noto in Italia i dati relativi alla presenza delle donne nelle cariche elettive pubbliche denunciano una situazione di fortissimo squilibrio.

Si può senza dubbio affermare che se il novecento ha visto l'affermazione della forza femminile, il nuovo secolo sembra purtroppo riportare la presenza delle donne in politica e nelle istituzioni a tempi remoti.

Eppure il processo di integrazione sociale e politica dell’Europa impone oggi di guardare al problema della rappresentanza femminile in un’ottica comunitaria, promuovendo l’adozione delle buone prassi maturate in particolar modo nei Paesi del nord in cui, accanto alla scelta del sistema elettorale proporzionale, strumenti quali l’applicazione di una legislazione antidiscriminatoria ricca e coraggiosa, servizi e agevolazioni offerti dallo stato sociale, l’autoregolamentazione dei partiti e una intensa politica di mainstreaming, hanno consentito una presenza equilibrata dei due sessi nelle cariche elettive.

Per questa ragione le donne della Costituente socialista sostengono l’iniziativa della parlamentare Cinzia Dato che si è opposta alla concessione della sede legislativa per l’esame della proposta di legge dell’Udc, che rappresenta un tentativo di interpretare in maniera più favorevole la normativa vigente alleggerendo le sanzioni previste nei riguardi dei partiti che non hanno rispettato la legge, candidando meno donne.

L’azione dell’onorevole Cinzia Dato permette di fare trasparenza su un argomento di estrema importanza quale è quello delle pari opportunità, sul quale non si riesce a comprendere il silenzio dei partiti della sinistra, del Ministro Barbara Pollatrini e delle donne delle Associazioni.

Come socialiste siamo indignate di questa assenza e promuoveremo iniziative a riguardo affinché il dibattito sul provvedimento presentato dall’Udc sia reso pubblico e trasparente.

Nel sostenere con forza che laddove le leggi esistono vanno rispettate e che quindi non si può scegliere la via dell’interpretazione quando si parla del rispetto del principio delle pari opportunità, oggi garantito solo nelle elezioni europee, sollecitiamo le forze della sinistra a prendere una posizione chiara in merito.

L’Italia non deve cercare vie di fuga dall’Europa, al contrario deve essere sempre più europea come è nell’intento della Costituente socialista.

 

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